Privacy & lavoro, necessarie regole per i professionisti

Con la disoccupazione al 12,8%, la svolta potrebbe venire dal mercato digitale. Il solo settore della data protection produrrà fino a 70.000 posti di lavoro. I problemi vengono però dalla mancanza di una disciplina adeguata. Dall’Istituto Italiano Privacy un appello al Garante prevedere il privacy officer in aziende ed enti che trattano dati sensibili 

00024674Secondo le stime di Confindustria Digitale, varrebbe 6,6 punti di Pil italiano la svolta del mercato digitale, generando 700.000 posti di lavoro nei prossimi cinque anni, con i primi effetti già nel 2015. A confermare queste previsioni, è anche l’Osservatorio Infojobs, secondo cui il 23% delle offerte di lavoro di quest’anno si concentrerà sui campi di Internet e dell’informatica. D’altra parte, la carenza di regole e normative adeguate rischia di compromettere queste opportunità per risollevare l’economia e l’occupazione nel nostro Paese.

Per quanto riguarda la disciplina in materia di protezione dei dati, il nostro Legislatore si trova infatti ormai da tre anni in stato di quiescenza aspettando l’approvazione del nuovo Regolamento UE, che pur essendo prevista quest’anno, necessiterà poi di ulteriori due anni per vedere la sua piena applicazione.

Qualche segnale positivo ultimamente c’è stato con la riforma delle professioni non organizzate in ordini e collegi attuata con la Legge 4 del 2013, che ha finalmente concesso alle associazioni la possibilità di auto-regolamentarsi e rilasciare attestati di qualità, ed anche le certificazioni basate sulla norma internazionale ISO 17024 sono sempre più utilizzate dai professionisti per dimostrare le proprie competenze. Read More

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Violazioni online e Regolamento UE spingono sul privacy officer

o-ONLINE-PRIVACY-facebookQuella della privacy online è ormai una delle sfide più urgenti da affrontare che minacciano i delicati equilibri tra gli Stati che le autorità internazionali non possono più rimandare. Basti pensare che appena il 15% delle app online forniscono un’informativa realmente chiara all’utente, come evidenziato recentemente dal Global Privacy Enforcement Network, mentre una ricerca condotta da Federprivacy ha dimostrato che il 67% dei siti italiani tratta i dati degli interessati in violazione al Codice della Privacy.

Inoltre, l’ultimo rapporto del Ponemon Institute, svela che anche gli attacchi informatici sono aumentati del 96% negli ultimi cinque anni, e ogni volta che subiamo una violazione dei nostri dati, porvi rimedio ci costa mediamente circa 118 euro. L’assenza di regole adeguate e di efficaci deterrenti quali sono le sanzioni, si traduce in sfiducia e timore da parte degli utenti che sono sempre più diffidenti quando navigano in rete, con ripercussioni negative sul mercato unico digitale, su cui punta invece il neo commissario europeo Jean-Claude Juncker per risollevare l’economia del vecchio continente.

Anche se il semestre di presidenza UE dell’Italia non è stato risolutivo, all’ultimo Consiglio è stato finalmente raggiunto un accordo di massima tra gli Stati membri, e lo scorso 16 dicembre la Commissione ha fissato nel proprio programma l’obiettivo di portare a termine i negoziati interistituzionali sulla riforma della normativa europea sulla protezione dei dati durante il 2015, possibilmente già entro il primo semestre di quest’anno.

Man forte è arrivata anche dal nuovo Garante europeo per la protezione dei dati, Giovanni Buttarelli, che ha affermato: “Stiamo entrando in una fase cruciale per la protezione dei dati europea. Il rapido sviluppo delle nuove tecnologie richiede soluzioni adeguate. Mi impegno a sostenere pienamente il Legislatore comunitario nel suo lavoro per garantire che la riforma della protezione dei dati sia adottata nel 2015, e che siano applicati meccanismi di protezione dei dati moderni e lungimiranti. Nell’affrontare i problemi legati ai Big Data, è giunto il momento di conseguire una privacy e una protezione dei dati più efficaci nell’ ambiente digitale.Read More

GPS, BYOD, WYOD: pericoli per la privacy e per le informazioni aziendali

privacyPuntimpresaAd un certo punto del codice della privacy si incontra un riferimento all’art. 37:  dati che indicano la posizione geografica di persone od oggetti mediante una rete di comunicazione elettronica. Gps? Una cosa giuridica per definire la localizzazione di qualcuno o qualcosa.

E poi sfogliando riviste specializzate si parla che già siamo passati dal Bring Your Own Device al Wear You Own Device, ossia sigle come BYOD e WYOD:  tecnologie in mobilità e tecnologie indossabili!

Sigle che inquadrano comportamenti giornalieri che facciamo, sfruttando la moderna tecnologia e la buona notizia è che le società grazie a BYOD e WYOD hanno la possibilità di riconfigurare i propri modelli collaborativi aziendali, semplificandoli con un cambio culturale attraverso la partecipazione collaborativa in azienda e non una cieca obbedienza delle procedure.

Solo da questo presupposto può esistere la risoluzione della tutela delle informazioni aziendali che i collaboratori portano sui sistemi tecnologici e interattivi che sono in continua innovazione.

Infatti usano smartphone e tablet personali, magari più sofisticati di quelli dati in dotazione dall’azienda stessa e che avrebbero potuto essere impiegati  per migliorare la tutela delle informazioni lavorative, ma tutto questo impone un cambio culturale fato di non solo policy aziendali scritte, ma condivise, in quanto portiamo sempre qualcosa di nostra proprietà in azienda, le nostre competenze e a volte portiamo i nostri devices, dove transitano informazioni delicate.

Il mercato sta sempre più richiedendo l’intervento di investigatori privati quando le informazioni sono uscite impropriamente dall’azienda ma ciò è frutto solo della mancanza di una giusta percezione che i collaboratori hanno dell’importanza delle informazioni in loro possesso in quanto le aziende non dedicano il dovuto spazio a spiegare la delicatezza dei contenuti che trattano. Read More